LA FIERA DIVENTA STREAMING E DOWNLOAD

Il coronavirus si è abbattuto sull’Italia prima, e sul resto dell’Occidente dopo, mettendo un freno ai ritmi e alla crescita di volumi di scambio (di persone e merci) a cui eravamo abituati, e che forse sapevamo non sarebbero potuti crescere all’infinito. Al netto della crisi sanitaria, il 2020 ha insegnato e sta insegnando al mondo che alcune cose devono necessariamente cambiare, anche solo e semplicemente per sopravvivere.

Senza addentrarsi troppo negli importanti sconvolgimenti riguardanti la vita privata, pensiamo a quante sfaccettature hanno le implicazioni del Covid-19 nel business.

Milioni di aziende hanno rapidamente compreso che lo smart working è possibile, e per quanto difficile e umanamente limitante, funziona, può far risparmiare e può far aumentare la produttività. Questo riguarda tutti i settori non coinvolti direttamente con la produzione, ovviamente, e molte delle attività tipiche dei contesti urbani. Che ne sarà dunque delle città nel futuro? Se dovessero crearsi milioni di metri quadri di uffici vuoti e milioni di persone che possono lavorare “da casa”, ovunque essa sia, quali dinamiche e quale ruolo assumeranno metropoli come New York, San Francisco, Londra, ma anche Milano? C’è già chi in questa fase ha trovato lavoro e iniziato a lavorare in città dove, a causa delle limitazioni, magari non ha ancora messo piede.

Queste tematiche aprono uno scenario epocale, tanto quanto epocale è l’impatto della comunicazione e i servizi online. Non solo social media e food delivery, bensì traduzione dell’esistenza di un brand o un’azienda in un contesto filtrato dai media digitali, anche e soprattutto per quanto riguarda il B2B.

Questo cambiamento dev’essere interpretato, filtrato e ottimizzato, oltre che seguito assieme a chi interpreta ed ottimizza di professione le strategie digitali. Le tre visite all’anno ad un cliente si possono trasformare in una conference call bisettimanali di aggiornamento progressivo; la presentazione di un catalogo può diventare una serie di webinar verticali su singoli prodotti; l’incontro diventa call, la brochure diventa newsletter, la fiera diventa streaming e download.

È una riduzione per certi versi estrema, ma coerente con la realtà dei fatti: fino al 2021 (probabilmente inoltrato) non esisteranno più fiere o eventi di grande portata, tanto più se commerciali, con un necessario incontro in un punto fisico comune tra persone che vivono in posti diversi e modi diversi. Il contrario di quello che serve per lasciarsi alle spalle una pandemia.

Una pandemia che mostra forse per la prima volta in maniera così forte i veri legami che regolano il nostro mondo, i suoi popoli e la sua economia. Oggi un grande protagonista è la Cina. Non solo la Cina di Wuhan e del primo possente lockdown: la Cina di Alibaba e WeChat, della logistica e-commerce che consente di comprare online e ricevere a casa in 20 minuti. Quella Cina che, con Vassalli Associati, abbiamo visitato qualche anno fa per iniziare un percorso di collaborazione con realtà produttive locali, toccandone con mano il fertile contesto innovativo. La Cina di TikTok, app nata e cresciuta nel mai domo laboratorio digitale del Dragone, che ha preso da Instagram e Snapchat lo slancio per creare un nuovo concetto di social network e di dinamica di gruppo, per poi spararla a livello mondiale diventando la prima vera piattaforma digital globale non made in USA. Che poi sia stato proprio TikTok l’humus tecnologico per dar vita a una delle forme di protesta politica più innovative di sempre – gonfiando ad arte le aspettative per il comizio di Trump a Tulsa rivelatosi poi un flop clamoroso – contro uno dei presidenti americani più estremi di sempre e durante la più grave pandemia degli ultimi 100 anni, è un’altra storia.

Che si trovi un vaccino o meno, ogni imprenditore deve avere ben presente che tutti questi trend online – scatenati da eventi reali così tipici di questo strano 2020 – sono qui per restare.

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